Eccomi di nuovo,
Stiamo aspettando l’amico di Taha che ci porterà dall’amico avvocato.
Mi sto facendo lucidare le scarpe. Ne ho portate solo un paio, quelle belle e non vorrei rovinarle. Qui sono maestri nel lucidare e rinnovare le scarpe. Così come con le camicie. L’altro ieri mi hanno dato una camicia lavata e stirata in modo impeccabile. È una loro tradizione.
Mi piacerebbe poter girare meglio il paese. Non solo per i paesaggi ma per la forza delle immagini che potrei catturare. Sono così lontane da noi.
Lontane più nel tempo che nella cultura, o forse anche nella cultura, ma lentamente mi sto avvicinando e resto meno colpito rispetto alle prime volte.
Ieri, tornando da suleimaniya ci siamo fermati per un momento all’imbocco di una vallata. L’erba gialla, spessa come velluto alto formava un tappeto soffice, irreale, giallo marrone. Pareva di accarezzare tutte le montagne intorno, come fossero dune cresciute sembravano fatte di zucchero filato.
Un paesaggio inconsueto, reale perché qui è così, ma lontano dal nostro.
La strada correva come un serpente in mezzo a questo paesaggio infinito. Una piana beige, con un fiume luccicante nel mezzo. Ogni tanto un gregge di capre o di pecore kurde. In controluce uno o due pastori che al seguito avrebbero vagato fino a sera, soli, molto soli, senza una meta apparente.
Mah, senz’altro sono io che non capisco niente. Sono così imbevuto di noi. Europeo senza cervello, viaggiatore senza cultura, povero ignorante sorpreso dalla semplicità di un paesaggio, di un popolo dal quale discendiamo tutti. Forse un nuovo diluvio universale potrebbe rimettere a posto le cose.
Scrivere con le immagini delle mie foto o dei miei film quello che i nostri sentimenti vedono e sentono intorno. Forse potremmo scoprire un linguaggio universale. Segni senza lingua, di tutti e per tutti. Vorrei chiamare fratello il somaro che passa, sorella la pecora o la capra che lo seguono, amica la luna, padre il sole. Vorrei accarezzare l’aria, catturare i profumi, gli odori.
Ciao, devo scappare….
Angelo
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